venerdì 25 settembre 2009

Risorgimento e democrazia: la leggenda...

L’altro giorno alla festa dei giovani del PDL ad Atreju il Presidente Berlusconi, con una battuta, ha mandato all’aria centocinquanta anni di storiografia ufficiale. Sponsorizzando il mio primo libro (Risorgimento da riscrivere) ha testualmente detto: “In preparazione per l’anno 2011 del centocinquantenario della storia d’Italia consiglio a tutti ragazzi e meno ragazzi di andare a rivedere la nostra storia degli ultimi 150 anni” perché “è stata raccontata in una maniera diversa dalla realtà quindi credo che per una esigenza di verità sia bene per tutti andarsi a rinfrescare la memoria o a correggere ciò che è stato scritto erroneamente”.
Un’altra esigenza di verità è stata sottolineata da Berlusconi, quella relativa all’occupazione italiana della Libia: “Ho chiesto perdono alla Libia per ciò che gli italiani avevano fatto verso il popolo libico”. Cosa c’entra la Libia con l’unità d’Italia? C’entra.
Quando praticamente tutto il mondo protestante, liberale e massonico cospirava per l’unificazione italiana formato Savoia, per giustificare l’invasione sabauda è stata propagandata una versione dei fatti radicalmente falsa. Versione che fino ad oggi nessun presidente del Consiglio si era mai neanche lontanamente sognato di mettere in dubbio.
Secondo la leggenda Vittorio Emanuele II sarebbe andato a liberare i popoli gementi sotto il malgoverno pontificio e borbonico. In realtà i popoli hanno gemuto, e molto, dopo la liberazione. I Savoia ed i loro governi dichiaravano di muoversi in nome di una moralità superiore a quella degli altri stati: in nome di una monarchia liberale e costituzionale. Se non che, mentre l’articolo 1 dello Statuto dichiarava la religione cattolica unica religione di stato, sono stati soppressi tutti gli ordini religiosi della chiesa di stato. E così, nel corso di circa venti anni, 57.492 persone, tanti erano i membri degli ordini religiosi, vengono messi sul lastrico, cacciati dalle proprie case, privati del lavoro, della missione, della vita che liberamente avevano scelto.
I beni degli ordini religiosi sono in gran parte svenduti ai liberali (l’1% della popolazione) che si appropriano per due lire dell’ingente patrimonio artistico e culturale accumulato nel corso del tempo dall’Italia cattolica. Migliaia di palazzi, intere biblioteche, archivi, quadri, sculture, oggetti sacri, inghiottiti in un battibaleno. Oltre a ciò, più di cento sono le diocesi italiane lasciate senza vescovo mentre i preti che non cantano il Te Deum -per l’ordine morale che trionfa- sono imprigionati e multati (nel 1859 è entrato in vigore un nuovo codice di diritto penale che toglie al clero qualsiasi libertà di parola). Lo storico marxista Emilio Sereni parla di 2.565.253 ettari di terra appartenenti alla chiesa o al demanio alienati e venduti.

Quale la conseguenza? Povertà diffusa, carceri strapiene, ingiustizia dilagante, smisurato aumento della tassazione, crollo del numero di proprietari terrieri.

Una propaganda martellante, che ancora oggi perdura, cerca di giustificare la cura liberale in nome della presunta arretratezza culturale e morale dell’Italia preunitaria.
E’ così che la storia si è trasformata, per dirla con Leone XIII, in una “congiura contro la verità”. Elencando i meriti dell’Italia cattolica, nell’enciclica Nostis et nobiscum del 1846, Pio IX ricorda fra l’altro come, proprio grazie al cattolicesimo, l’Italia non abbia partecipato alla conquista del mondo cui le altre nazioni si erano abbandonate. Papa Mastai scrive che la fede “distolse gli animi degl’Italiani da quella luce passeggera di gloria, che i lor maggiori, soprastando essi nelle armi, avevano riposto nell’incessante tumulto delle guerre, nell’oppressione degli stranieri, e nell’assoggettare a durissimo servaggio quel maggior numero di uomini che per loro si potesse”. Invece di fare guerre di conquista coloniale, gli italiani hanno eccelso in opere di misericordia: “Di qui nelle precipue città dell’Italia, templi meravigliosi, ed altri monumenti dell’evo cristiano, edificati non già per mano di uomini gementi sotto intollerabile schiavitù, ma eretti dallo zelo di spontanea carità; e per tutto pii Istituti, quali per l’esercizio della Religione, quali per l’educazione della gioventù, quali per coltivare a dovere le lettere e le arti, quali per conforto degl’infermi, quali per sollievo dei bisognosi”.
La celebrazione del centocinquantenario dell’unità d’Italia è causa di polemiche a non finire. Ci si ripromette di tutto. Si è anche pensato di organizzare a Gaeta una poco probabile riconciliazione tra “borbonici” e “piemontesi”! Si evita però accuratamente di fare i conti col convitato di pietra: Pio IX. Si elude lo scoglio centrale: la chiesa e, quindi, il popolo italiano.
E se, per celebrare l’unità d’Italia secondo giustizia e verità, chiedessimo perdono agli italiani e alla chiesa di allora? Se facessimo con noi stessi quello che il nostro premier ha avuto il coraggio di fare con la Libia? Torneremmo ad essere una grande nazione, con una storia formidabile che dura da più di duemila anni.
di Angela Pellicciari

Fonte: Libero


La diatriba, poi, è proseguita in questi giorni, con questo articolo della stessa giornalista (sempre su Libero, pubblicato in data odierna), in risposta al tentativo di sminuire il tema proposto, ad opera del Corsera. Nell'articolo del Corriere trovo piuttosto comica una frase; cito testualmente: "Cavour conosceva e apprezzava il ruolo della religione nelle società politiche, ma aveva letto Tocqueville ed era convinto che soltanto una netta separazione dello Stato dalla Chiesa, come negli Stati Uniti, avrebbe permesso al sentimento religioso di esprimersi con la massima libertà e spontaneità. Occorreva quindi spogliare la Chiesa di tutti gli anacronistici privilegi accumulati nel corso dei secoli". La cosa buffa è che sembra quasi che l'intervento del Cavour non fosse - come è stato, d'altronde - una manovra semplicemente concepita allo scopo di incamerare beni (disperdendo interi ordini religiosi, va da se), rubandoli - per legge - ai legittimi proprietari, semplicemente partendo dal presupposto che questo fosse - sempre e comunque - di provenienza illecita. Naturalmente, tale supposizione era necessaria per dar una parvenza di buonsenso alla propria idea, e dare giustificazione alle proprie intenzioni ladresche e liberticide. Tra l'altro, tristemente, parla anche di quella di Cavour come di una generosa visione. Generosa per chi, non è dato sapere. Meglio, il Corriere non lo specifica direttamente.

lunedì 21 settembre 2009

Preghiera del Paracadutista

PREGHIERA DEL PARACADUTISTA

Eterno immenso Dio,
che creasti gli eterni spazi e ne misurasti le misteriose profondità,
guarda benigno a noi, paracadutisti d'Italia,
che nell'adempimento del dovere, balzando dai nostri apparecchi,
ci lanciamo nella vastità dei cieli.
Manda l'Arcangelo San Michele a nostro custode,
guida e proteggi l'ardimentoso volo.
Candida come la seta del paracadute sia sempre la nostra fede e indomito il coraggio.
La nostra giovane vita è Tua o Signore!
Se è scritto che cadiamo sia, ma da ogni goccia del nostro sangue
sorgano gagliardi figli e fratelli innumeri,
orgogliosi del nostro passato,
sempre degni del nostro immancabile avvenire.
Benedici o Signore la nostra patria, le Famiglie, i nostri Cari!
Per loro nell'alba e nel tramonto la nostra vita!
E per noi o Signore, il Tuo glorificante sorriso.
Così sia.


Un piccolo approfondimento, soprattutto sul senso del restare in quelle terre lontane, qui

mercoledì 16 settembre 2009

A proposito di gay, preservativi, liberazione sessuale e Hiv...

Il condom è inutile, serve solo al gay business

«Sudafrica. Coordinerò la promozione di programmi incentrati sulla riduzione del numero dei partner sessuali, la fedeltà di coppia e l’astinenza, rivolti a leader tradizionali e religiosi. Lavorerò sotto l’egida dell’Ubuntu Institute, una Ong presieduta dal genero di Nelson Mandela. Valorizzeremo cerimonie e rituali tradizionali. Sarà un approccio molto indigeno, il contrario del modello top-down internazionale, il contrario della promozione di tecnologie e medicinali americani».
Mancano quattro mesi alla definitiva chiusura del suo programma di ricerca sulla prevenzione dell’infezione da Hiv ad Harvard, ed Edward Green ha già deciso la mèta del suo esilio. Messo alla porta dalla famosa università americana per le sue ultradecennali posizioni troppo controcorrente in materia di lotta all’Aids – culminate nella difesa della dichiarazione papale sulla dannosità del condom in occasione della visita in Camerun e Angola – l’antropologo della medicina (65 anni) ha deciso che non andrà in pensione, e lo fa sapere col consueto accompagnamento di frecciatine polemiche. Al Meeting di Rimini è andato a raccogliere l’applauso solidale di migliaia di partecipanti, che gli hanno espresso la loro gratitudine per aver dimostrato con argomenti di ragione e di buon senso che Benedetto XVI non è affatto un ignorante e un fanatico in materia di Aids africano, e che il pregiudizio semmai sta di casa altrove. Ma che forse hanno notato meno uno dei contenuti cardine della sua relazione: «Il modello dei programmi internazionali contro l’Aids – ha detto Green – è quello dei programmi concepiti negli anni Ottanta negli Stati Uniti: da noi i primi gruppi di popolazione colpiti sono stati gli omosessuali e gli utilizzatori di droga intravena. Gli attivisti gay hanno imposto il punto di vista che chiedere a queste persone di modificare le loro abitudini sessuali equivaleva a esprimere una condanna morale nei loro confronti. Hanno imposto la linea che bisognava combattere l’Aids senza rinunciare alla liberazione sessuale che gli omosessuali avevano appena conquistato. Così è nato e si è imposto in tutto il mondo il costosissimo modello di lotta all’Aids centrato sui condom e sugli antiretrovirali. Ma in Africa questo modello non funziona di sicuro».
«I due gruppi che storicamente hanno modellato le politiche americane, poi quelle internazionali, in materia di Aids», spiega Green a Tempi, «sono stati il movimento gay e le organizzazioni del family planning. Da subito si è realizzata un’alleanza di fatto, basata sulla comunanza di interessi e di visione del mondo: entrambi erano ideologicamente liberal, entrambi antireligiosi e in particolare ostili alla Chiesa cattolica, perché la sua dottrina condanna sia l’uso degli anticoncezionali che i rapporti fra persone dello stesso sesso. Parlo con cognizione di causa, perché a quel tempo io facevo parte del secondo gruppo: ero un esperto di social marketing degli anticoncezionali, mi occupavo di strategie per diffondere la contraccezione moderna nel Terzo mondo. L’Aids era una tragedia, ma per noi rappresentava anche una grande opportunità che avrebbe facilitato il nostro lavoro: pubblicizzavamo i profilattici spiegando che risolvevano due problemi: quello delle gravidanze indesiderate e quello di una gravissima malattia a trasmissione sessuale».
«Nei gay abbiamo trovato dei formidabili alleati nella causa della diffusione del condom: negli Stati Uniti il movimento assunse subito la posizione che i malati di Aids non dovevano essere stigmatizzati, che non era giusto colpevolizzare le persone per i comportamenti che li avevano portati a contrarre l’infezione. I messaggi per la prevenzione dovevano essere gay-friendly e dovevano rispettare gli stili di vita di tutti senza giudicarli. La soluzione stava in una propaganda martellante a favore dell’utilizzo continuativo e perfetto del condom, e nella messa a disposizione di aghi sterili gratuiti ai tossicodipendenti. I gay sono stati molto persuasivi coi politici e li hanno convinti ad applicare questa impostazione ai programmi pubblici finanziati dallo Stato negli Usa. I gay non avevano esperienza di programmi nel Terzo mondo, e a portare nei Caraibi, in Africa, Asia e America latina questa filosofia di lotta all’Aids ci abbiamo pensato noi che lavoravamo nel family planning, e che siamo entrati a far parte massicciamente dei programmi internazionali».
«Si è compiuto così un grande paradosso: dalla California ai paesi musulmani conservatori del Nordafrica e del Medio Oriente, da New York e da Parigi ai villaggi dell’Africa nera tradizionalista, si applica un unico modello di prevenzione dell’Hiv, derivato dall’ideologia della liberazione sessuale per cui si sono battuti i liberal americani. È una vera assurdità antropologica, e infatti in Africa non ha funzionato. Gli unici paesi in cui si segnala una flessione dei tassi di sieropositività sono quelli dove la gente ha ridotto il numero dei partner sessuali e ha praticato la fedeltà di coppia. Queste cose io le ho scoperte sul campo già all’inizio degli anni Novanta e ho cercato di comunicarle a tutti gli attori interessati, ma ho fatto molta fatica a trovare orecchie disposte ad ascoltarmi. I miei primi articoli, scientificamente ineccepibili, sono stati respinti da riviste importanti come Social Science and Medicine e Medical Anthropology. Io mi limitavo ad analizzare separatamente gli interventi condom-based e quelli non condom-based, ma già solo questo linguaggio li mandava in bestia: “È un’utopia, la verità è che tu odi i condom e hai in testa un’agenda religiosa”, mi dicevano. Ma io non sono cristiano e non appartengo ad alcuna chiesa!».
«La verità amico, era ed è anche oggi un’altra: la lotta all’Aids è un’industria multimiliardaria che sarebbe messa in pericolo da una strategia così semplice come quella che dice “non avere tanti partner, sii fedele alla tua compagna, astieniti”. Piuttosto che puntare all’eliminazione del rischio con una strategia che costerebbe molto poco e che molto poco è costata laddove, come in Uganda, è stata applicata, ci si limita alla riduzione del rischio spendendo miliardi di dollari in condom e antiretrovirali sempre più potenti a causa dei ceppi resistenti di Aids che sorgono. Ma è un business che resta molto popolare, perché è agganciato all’idea di “liberazione sessuale”».

Fonte: Tempi

Sottolineature - al solito - mie. Articolo politicamente scorretto, in un panorama desolante nel quale l'unico modo di essere visibili è quello di rendere opinabile ogni verità.
La testimonianza, stavolta, è di uno scienziato che ha lavorato 'sul campo', e che ben conosce la realtà dei fatti. Quella di un dramma - l'AIDS - che i programmi (peraltro costosissimi) che tutte le grandi nazioni occidentali stanno attuando non hanno minimamente scalfito. Quello che le tv non possono presentarci, perchè hanno stretto un 'patto di ferro' con i poteri ora in voga e tanto di moda.

martedì 15 settembre 2009

La storia del piccolo Jayden, vittima della legge inglese.

Lasciato morire perchè nato 48 ore prima. L'incredibile storia del piccolo Jayden

Si può ancora definire civile un Paese in cui una madre è costretta, in ospedale, ad assistere impotente all’agonia del proprio figlio e alla gelida impassibilità dei medici pronti a ricordarle che quel figlio è soltanto un feto? L’episodio è accaduto in Gran Bretagna dove una giovane donna, Sarah Capewell, ha dato alla luce un bimbo, Jayden, dopo 21 settimane e cinque giorni di gravidanza. Il personale sanitario si è rifiutato di sottoporre il bimbo prematuro alle cure intensive che forse gli avrebbero consentito di sopravvivere. La sua colpa era quella di essere nato due giorni prima delle canoniche 22 settimane. Di fronte al disperato appello di salvare il proprio figlio, quella giovane madre si è sentita rispondere dai medici del James Paget Hospital di Gorleston, Norfolk, che lei non aveva partorito un neonato ma, a termini di legge, aveva abortito un feto vivente. Con il tatto impietoso di chi ha ormai perso qualunque senso di umanità, i medici dell’ospedale hanno spiegato a Sarah Capewell, che quello che lei si ostinava a chiamare il suo bambino, era in realtà, sotto il profilo giuridico, semplicemente un feto, quindi un soggetto privo di alcun diritto. Il piccolo Jayden avrebbe dovuto nascere 48 ore più tardi perché, secondo regolamento, si potesse definirlo persona, e quindi riconoscergli il diritto a essere salvato. Le linee guida stabilite dalla British Association of Perinatal Medicine, rigidamente seguite negli ospedali pubblici britannici, stabiliscono, infatti, che deve considerarsi best interest dei bambini non nascere prima delle 22 settimane, e altrettanto best interest far morire i piccoli che abbiano avuto la disavventura di venire al mondo qualche giorno prima della fatidica scadenza. Così, l’agonia del piccolo Jayden è durata due ore, sotto gli sguardi gelidi e indifferenti del personale sanitario. Neppure la più piccola assistenza è stata prestata durante quelle lunghissime ore, così come è stata recisamente respinta la supplica della madre per poter celebrare il funerale del bimbo. La risposta delle autorità sanitarie è stata sempre la stessa: «He hasn’t got a human right, he is just a foetus».
Lo sconforto assale Sarah, quando, più tardi, viene a sapere che Amillia Taylor, una bambina americana nata addirittura dopo sole 21 settimane e sei giorni, oggi vive perfettamente sana e ha festeggiato il suo secondo compleanno. La tristissima vicenda di Sarah Capewell e del suo piccolo Jayden, richiamano alla mente il concetto di banalità del male e la patetica figura di Adolf Eichmann, il burocrate nazista che giustificò con l’obbligo morale dell’obbedienza alla legge, le più efferate nefandezze. Al suo processo, nel 1961, Eichmann stupì il mondo quando, di fronte ad una Corte basita ed esterrefatta, si mise a citare a memoria passi della Critica della Ragion Pratica di Kant, per poi dichiarare che l’imperativo categorico kantiano e l’osservanza della legge erano stati i principi base della sua vita. Soltanto l’intelligenza e la lucidità di una donna come Hanna Arendt ha potuto denunciare al mondo i rischi che sarebbero derivati da un simile - apparentemente banale - approccio della realtà. Ciò che è accaduto al James Paget Hospital è la prova di quanto Hanna Arendt avesse ragione.La povera Sarah Capewell, che implorava lo sguardo misericordioso del Nazareno («Donna non piangere!») si è trovata di fronte l’algido distacco burocratico di un piccolo signor Eichmann e del suo Imperativo Categorico. Basterà davvero, a quella giovane madre, la kantiana osservanza della legge per spiegare l’atroce, assurda agonia del suo piccolo e indifeso bambino?


"Fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza"
Dante, Inferno Canto XXVI, 118-120.

La legge che prende il posto del rispetto della persona; una vita val meno della carta. C'è qualcosa di bestiale in tutto ciò...

Rest in peace, little Jayden.

venerdì 11 settembre 2009

Per non dimenticare....

11 Settembre 2001 - 11 Settembre 2009